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Home Interventi dal Territorio Taranto IL "GHEDINI" DI PADRON RIVA.

IL "GHEDINI" DI PADRON RIVA.

Giancarlo Girardi

Sorprendono, ancora una volta, i toni e gli argomenti usati dal dott. De Biasi nel convegno Cisl su "Taranto città sostenibile? Si può!". Ovviamente per la nostra città si deve! Ma questo non può dipendere dalla società civile, come viene richiesto, che reclama invece rispetto della dignità di chi ospita sul suo territorio le aziende e non è ospitata da esse, come è successo con la proprietà Riva e non solo. Non è una questione di metodo soltanto ma di sostanza.

Provo ad argomentare partendo dai cittadini, dai movimenti e dall’associazionismo che da oltre due anni denunciano la cruda realtà quale essa è, non diffondendo, come è stato detto, notizie false e strumentali. Occorre anche doverosamente ricordare che nel passato il limite storico dei movimenti è stato spesso quello di sentire i problemi perché vissuti direttamente ma di non comprenderli compiutamente e quindi non poterne dare le soluzioni, compito che spetta alla politica ma che da troppo tempo vive distante, purtroppo, dai problemi della gente per cui non li comprende più ma pensa di averne le soluzioni e le dà spesso sbagliando. Questo è alla base degli errori degli atti di intesa sottoscritti anni fa da Comune, Provincia e Regione a cui fa riferimento il dott. De Biasi che, nell’occasione offertagli, fa il "Ghedini" di padron Riva. Ma si tranquillizzino tutti, a Taranto il movimento e le associazioni oltre a sentire i problemi perché li subiscono direttamente in quanto cittadini, li comprendono perfettamente perché conoscono bene, dal di dentro, i processi produttivi e ne vedono quindi le soluzioni. Non sono mossi da "folklore ambientalista" ma dalla ferma volontà di risolverli. E’ stato un errore per Ilva non accettare un confronto tecnico con esse, come lo è stato affermare che ora la "Politica e la società tarantina facciano un passo avanti!". E’ da un quindicennio che questa azienda ha prodotto utili cospicui in un suo splendido isolamento, facendo fare passi indietro nelle condizioni di vita dei lavoratori e quelle ambientali per la città. Come si fa ad asserire che oggi esiste un’equazione giusta tra inquinamento e capacità di rigenerazione naturale dell’ambiente? La verità è che da almeno un ventennio c’è stata una crescita economica vertiginosa delle aziende qui presenti, tutte, e l’assenza di uno sviluppo del territorio, anzi il suo inesorabile, progressivo declino e impoverimento. Uno scambio solo supportato da stipendi e salari tra i più bassi d’Europa e leggi meno rigorose in Italia in fatto di inquinamento ambientale. Certo occorre rivolgersi allo Stato per le responsabilità di trentacinque anni, ma a Riva per i restanti quindici. Nel recente convegno organizzato a San Marzano dall’Associazione 12 Giugno e Libera con i giudici Guariniello e Casson (oggi deputato al Parlamento) si è discusso anche del reato di "Disastro Ambientale" alla luce di alcune importanti sentenze nazionali passate attraverso tutti i gradi di giudizio, secondo il principio del "Chi inquina paghi!". Spetta alla magistratura tale compito, ma occorre oggi chiedersi perché i controlli che si pretendono giustamente in città con le centraline gestite da Arpa non debbano essere fatte anche dove si genera l’inquinamento, dentro i reparti di lavorazione dell’area a caldo in modo particolare, a tutela dei lavoratori che trascorrono lì otto o dodici ore giornaliere, per venti o trenta anni? Gli stessi agenti cancerogeni devono essere misurati a tutela della salute dei lavoratori, è un loro sacrosanto diritto sancito dalla Costituzione Italiana e dallo Statuto dei lavoratori. Spetta ai sindacati legare la questione ambientale a quella della sicurezza e della dignità dei lavoratori, spostare dentro la fabbrica tale questione già drammatica per i cittadini, cambiare l’organizzazione del lavoro che miri finalmente a difendere e valorizzare, tutelandolo, il capitale umano rappresentato dagli operai e dai tecnici. I convegni servono a ben poco. I Tamburi vivono una realtà simile ad altre? E’ stato affermato. Ebbene molti di quei cittadini, operai di Ilva, a distanza di qualche centinaio di metri vivono lo stesso ambiente per tutta la loro esistenza. Non è una profonda e disumana ingiustizia? La crisi gravissima che attraversiamo non serve solo per ristrutturarsi per meglio competere nel successivo trentennio, nel nostro caso deve essere l’ultima opportunità di un radicale cambiamento del rapporto fabbrica-territorio. Questa fabbrica va "aperta" al controllo continuo della città, dei cittadini e delle Istituzioni, per quindici anni è vissuta nel "chiuso" dei propri interessi. L’alternativa è questa, le condizioni intende dettarle finalmente la città.